Esausto e in debito di liquidi dovevo fermarmi più spesso per bere e ritrovare smalto e concentrazione. Arrivato dalle parti di S. Arcangelo, ho avuto qualche difficoltà per via delle interruzioni sulla SS 92. Ho dovuto quindi cercare il passaggio giusto attraversando San Brancato e S. Arcangelo, per niente aiutato dalle indicazioni stradali. Se non ricordo male si erano fatte le 3 del pomeriggio ed io vagavo per i paesini sotto il sole. Perlomeno, quando finalmente sono riuscito a riprendere la 92, mi sono rinfrancato con la vista meravigliosa offerta dal tratto che costeggia il Lago Monte Cutugno. Peccato non sia riuscito a fare delle foto decenti. La visuale dal punto in cui mi sono fermato era parziale. 500 metri più avanti c’era un altro punto d’osservazione da dove si poteva ammirare la superficie intera del lago, simile al colore dell’opale. Mi sarebbe piaciuto tuffarmici dentro con tutta la moto.
Poi è venuto il turno della SS 653 Sinnica e, anche qui con qualche difficoltà di navigazione, della SP 4 che mi avrebbe portato verso Viggianello e quindi nel Parco Nazionale del Pollino. Non vedevo l’ora di ricominciare a salire un po’ di quota. In basso l’aria era ormai rovente e le ripetute soste avevano innalzato la temperatura all’interno della tuta a livelli insopportabili.
Rimanevano oramai una quarantina di km. La strada era diventata strettissima e al contrario di quanto mi aspettassi non avevo incrociato nessuna moto. Brutto segno? Non volevo sbagliare ma non ce la facevo più a fermarmi ad ogni crocicchio per controllare il gps. Mi sono fidato dell’istinto e sono andato avanti. Verso le cinque o poco più capisco di essere vicino alla méta. Appaiono i primi rifugi e questo mi conforta. Finalmente vedo il De Gasperi. Lo riconosco subito perché avevo studiato bene la zona con lo street view di google maps. Cinque o sei moto sono già parcheggiate nel piazzale. Io vado ad abbeverarmi al fontanone come i cavalli. Quant’è buona l’acqua del Pollino.
A quel punto mi rendo conto di non avere rete per comunicare con Vito che nel frattempo era per strada con gli altri provenienti da Matera. Cincischio un po’ senza riuscire a risolvermi. Davanti a quel rifugio si sarebbero dovuti radunare i motociclisti del Pollinentreffen per la tendata ma forse era ancora troppo presto. Provo a chiedere un letto al gestore del rifugio ma sono al completo. Capisco che è il momento di decidere. Riprendo la moto e vado avanti. Faccio una sosta al Rifugio Fasanelli. Chiedo anche lì ma il risultato è lo stesso. Faccio altri 7 km e mi fermo al BnB Le Chalet del Pollino dove avrei passato la notte. Il posto è più vicino alla zona abitata che ai boschi ma è bello, pulito e la proprietaria è una signora cordiale che mi fa mettere la moto davanti alla porta della stanza. Mi fermo. Avevo bisogno di una doccia e di un po’ di riposo ma prima di ogni altra cosa dovevo bere.
Verso le otto torno su al Fasanelli. Incontro diverse moto per strada. Erano quelli che salivano dal versante occidentale. A furia di sbagliare avevo imparato perfino le strade e mi potevo togliere il gusto di dare indicazioni ai vari motoenduristi attrezzati di navigatori, faretti supplementari, valigie in alluminio, caschi modulari con l’interfono e pure di staminchia.

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Iniziano ad arrivare i ragazzi. Li sento ancor prima di vederli. Mi dissocio dal loro dover essere smanettoni perfino su una strada di un paio di metri di larghezza, però che bello è stato sentire le loro F4, S1000RR, CBR1000RR (etc. mica le posso elencare tutte no?) squarciare il pacioso silenzio del rifugio. Arriva anche Vito con moglie e gemellini, ovviamente su quattro ruote.
Nel giro di pochi minuti siamo a tavola: 14 persone, di cui due hanno 3 anni, ma fanno numero uguale. Partono i brindisi e il vino inizia sparire dai bicchieri. A tavola avevamo un generatore di brindisi di livello interregionale, a dir poco. Non invitatelo al matrimonio o vi chiederanno un extra per le bevande.
Per “l’invereconda” cifra di 25 Euro a testa, il sig. Antonio del Rifugio Fasanelli ci ha servito, in gran quantità, le seguenti pietanze, che riporto alla rinfusa e consapevole di dimenticare qualcosa: prosciutto di montagna, speck, salsiccia essiccata, pancetta, capocollo, cicciolata, lardo, pettole (dalle mie parti si chiamano pittule, si tratta di una sorta di pasta lievitata condita e fritta), peperoni cruschi (peperoni rossi essiccati e fritti), melanzane sottolio, guanciale condito, insalata e grigliata di carni miste. Ma la mia personale menzione d’onore va alla trippa con patate di cui ho gradito ripetuti “assaggi”. In fatto di mangiare non dobbiamo dimenticare che siamo in una zona di confine tra la Calabria e la Basilicata, regioni che hanno entrambe la cintura nera di buona cucina. A proposito di dimenticanze, stavo quasi sorvolando sul dolce, caffè e (molti) ammazzacaffé.
Pochi minuti dopo il tramonto del sole, la temperatura aveva cominciato a scendere rapidamente. A 1350 m s.l.m. ci vuole poco. Nei giorni precedenti si erano registrati meno di 10° ma quella sera si stava benissimo con un maglioncino leggero.
Al riparo dalle luci invadenti della città, in montagna anche il cielo sembra diverso. Speravo di vedere almeno una stella cadente e invece niente. A quel punto l’allegra brigata si doveva salutare.
Altro concerto di quattrocilindri, tanto per fare incazzare qualche lupo appenninico in giro da quelle parti. I campeggiatori alle loro tende; io al mio comodo lettone a due piazze. Solo che loro si sarebbero mossi in gruppo mentre a me toccava andare da solo, giù per i tornanti attraverso il bosco…nel buio più completo.
Per scaramanzia, in quei 15 o 20 minuti di strada immerso nel buio, cercavo di allontanare il pensiero di un guasto e improvviso spegnimento della moto o di una caduta. In quel caso cosa avrei dovuto fare? Il telefono? Buono giusto per fare luce a un metro giacché copertura per chiamare non ce n’era. Non trovando il conforto di una soluzione, cercavo di non pensarci e tenevo lo sguardo fisso nel fascio di luce. Oddio, andavo talmente piano che la terribile Strega Succhiapiselli mi avrebbe raggiunto pure a piedi. Non ci posso pensare.
Invece faccio tutto bene. La moto fa il suo dovere e io non casco neppure sul ghiaione dell’ultima discesa per accedere al parcheggio. Stop, la Falco al riparo sotto la tettoia ed io a nanna tre metri più in là.
Durante la notte mi sveglio per tirarmi il plaid, che il fresco si fa sentire. Poi all’alba mi alzo e comincio a prepararmi per la partenza. Tutto intorno non si sente il benché minimo rumore. È fantastico.
La colazione viene servita dalla signora Luciana in giardino. Mangio abbondante e bevo molto per reggere il più a lungo possibile. La vista sui monti toglie il fiato.
Il Massiccio del Pollino è diventato area protetta verso la fine degli anni ’80. Pare sia il parco naturale più grande d’Italia (oltre 190.000 ettari) e infatti si estende sul territorio di ben tre Province (Potenza, Matera e Cosenza). È Patrimonio dell’Unesco dal 2015. È l’habitat di una specie rarissima di pino, il Pino Loricato. Dall’aspetto primitivo e imponente, il Pino Loricato riesce a vivere sui pendii più scoscesi e in condizioni impossibili per altre specie arboree di montagna. Certamente l’avrete visto in qualche documentario. Mi fa pensare a certe persone che nonostante le difficoltà estreme trovano il modo di sopravvivere ancorandosi a qualcosa laddove non lo si penserebbe possibile. Oltre ai 2.267 m della Serra Dolcedorme, nell’ambito del Massiccio ci sono altre quattro vette che superano i 2.000 m e quattro i 1.900 m. Al Sud è piuttosto conosciuto e meta per molti amanti della montagna sia d’Estate che d’Inverno.

Foto di P. Calabrese