Complice una domenica dal clima finalmente autunnale, e non invernale, e un lavoretto rimediato dalla donna, per cui le è dispiaciuto molto poco "perdermi" per un pomeriggio, ho inforacato il mio pompone e sono partito in solitaria per gli appennini tosco-emiliani, che sono le curve serie più vicine a casa mia, di certo meno umide in questo periodo delle amatissime dolomiti.
Dopo tre quarti d'ora di pallostrada, sono finalmente a Bologna. Per la prima volta in vita mia piglio l'uscita giusta della tangenziale e dopo un po' di tribolazione cittadina sono finalmente a Pianoro, nella solita pasticceria dove ormai per tradizione mi fermo a prendere un caffè prima di affrontare le curve della statale della Futa.
In realtà, quella pasticceria è un punto di riferimento per molti motociclisti, e in periodo buono è fitto di tute colorate e vocianti, per lo più dal classico accento emiliano.
Aromatizzo il caffè con una divertente bustina di zucchero alla sambuca che trovo solo qui, mi fermo cinque minuti a vedere chi c'è in giro: siamo solo 4 motociclisti alle 11:30: un signore sulla sessantina che è arrivato a bordo di una ktm 990 SM (gran sagoma) un più tranquillo signore dall'aria del buon padre di famiglia che sfoggiava una gladius verde e nera nuova di palla, e un toso tranquillo, poco più vecchio di me, su una sv650s vecchia versione.
Controllo il forum, ma nessuno ha ancora accolto il mio invito, dunque parto.
Questa strada è sempre bellissima e timidamente lascio andare i cavallini della mia Apriliona, sempre tuttavia circospetto e un po' scocciato per sto cacchio di vibrazione in frenata: mi devo decidere a cambiare le pastiglie!!
Mi fermo qualche minuto sul belvedere prima di Loiano, faccio qualche bel respiro nell'aria frizzante, ammiro il panorama e sbircio lo stile di qualche altro motociclista che affronta il curvone al di là dello spartitraffico.
Riparto e spingo su pedane e semimanubri, remando fino sulla Raticosa, dove la consueta distesa di moto è sostituita da drappelli di mezzi parcheggiati qui e là.
In effetti la stada era spesso umida e cosparsa di foglie, e non permetteva la tranquillità necessaria, motivo per cui molti saranno stati a casa.
In ogni caso eravamo diversi solitari, e sul passo ho riconosciuto il pilota dell’R1 che si era fermato poco prima con me sul belvedere, ed anche l’sv rossa di Pianoro.
Ripreso un po’ fiato, decido di fare il solito giro per Firenzuola, che guarda a caso è il vecchio percorso del Mugello
Scendendo a Firenzuola, benché siamo in pochi per strada, noto che non vengo superato a raffica come un tempo, anzi debbo mio malgrado passare un gsxr600 nuovo e lindo portato da un pilota nuovo e lindo che un po’ impacciato non si decide a superare un camioncino. La cosa mi mette scioccamente di buon umore e forzo un po’ di più dopo Firenzuola, anche perché la strada è piuttosto intuitiva e sgombra e non vi ho mai visto pattuglie.
Arrivo dunque al Giogo piuttosto deciso, dopo aver provato a strattonare un po’ il falcone per aumentare la confidenza, e concludo che alla fin fine la scodatina dopo la scalata in prima, prima dei tornantini, è pure divertente.
Arrivato in cima chi ti trovo che si sfonda un paninozzo con gusto, in piedi di fronte al ristorante? Il ragazzo dell’Sv di Loiano.
Ci viene naturale a questo punto sorriderci e scambiraci un saluto.
Attacco bottone e si parla un po’ di come siamo saliti in moto e di come abbiamo scelto le reciproche cavalcature.
Lui, Sergio, mi dice di essere approdato alle due ruote piuttosto tardi, dopo un giro da passeggero sul tdm di un amico. Così ora scorrazza col suo Sv di seconda mano, tutto originale a parte le frecce after, il sottocodone, tubi treccia e qualche adesivo.
Pochè abbiamo progetti del tutto simili, chiedo se posso accodarmi a lui, così partiamo tornando a Firenzuola, per poi seguire una strada molto veloce che va verso Imola costeggiando un fiumiciattolo e scoscese pareti rocciose.
Arrivati a Castel del Rio, credo, deviamo verso sinistra su una strada molto stretta che si arrampica velocemente in stretti tornantini da prima.
L’amico improvvisato è molto disinvolto e piega la propria sv senza remore, lasciandola scorrere in curva come io non so fare. Non se la tira, e questo mi piace. Attribuisce il merito alla moto, che a suo dire fa tutto da sola. Io tuttavia non lo perdo, anche se a fronte di impegno superiore nella guida. Lui resta fermo in moto, non si sporge, non spinge apparentemente sulle pedane, mentre io resto aggrappato sulle mie estremità e spingo e tiro e abbraccio il serbatoio neanche dovessi far capire al mondo che conosco la guida di corpo. Però mi diverto come un bimbo.
La temperatura fresca fa sì che non sudi affatto, così mi pare di affaticarmi pure poco.
Nei pochi rettilinei mi rilasso e mi concedo qualche sguardo al panorama e, da amante del trekking, mi chiedo come sarebbe possibile far miei paesaggi tanto ispidi, valli così strette e scoscese.
Concordo com me stesso che tutto sommato viaggiarci in mezzo in moto è un buon modo per apprezzare questi appennini, e magari la prossima volta mi fermerò un po’ di più per qualche foto.
Così pensando, riusciamo a tenerci dietro anche una pattuglia di agguerriti bikers che ad ogni semaforo ci raggiunge. Il tutto senza esagerare mai.
A Villa di Sassonero ritorniamo verso la Raticosa.
Dopo qualche paesino dalle vie strette. Sergio tradisce la propria insofferenza sbracciandosi in ampi segni di disappunto tutte le volte che incappiamo in un’auto lenta, anche se ogni volta che ci si ferma non se ne lamenta mai.
La strada si apre e diventa quasi una pista.
Peccato per il fondo, non sempre buono.
Tuttavia io continuo a preferire i tratti da 70/90 km/h, poiché laddove posso esprimere velocità maggiori mi sento a disagio, un po’ troppo pirata, e la mia testa inizia a calcolare i potenziali danni di un dritto a 120.
Tuttavia l’adrenalina mi ha impedito ogni irrigidimento e sempre seguendo il codone di Sergio, mi sono sorpreso a scorrere molto di più, producendomi in pieghe niente male.
Arrivati alla Raticosa, il nuovo amico c’ha preso gusto a insegnarmi strade nuove, così mi propone di tornare verso Bologna per quella che chiamano la strada degli Dei, o il pistino.
Così senza neppure togliere il casco, ci dirigiamo verso Loiano, e qui giriamo a sinistra.
La strada diventa molto guidata e aperta, tutta al sole e perciò asciutta.
Ci divertiamo fino a valle, per poi impegnarci nel pistino con i tornantini da prima, che ormai butto dentro senza troppe remore lasciando alla frizione antisaltellamento il compito di non inchiodare la gomma.
Infine rientriamo in scioltezza verso pianoro, dove dopo qualche ultima considerazione sulla piacevolezza delle strade appena percorse, Sergio rifiuta una birra in compagnia e ci si saluta e alla prossima se mai ci sarà.
Attraverso Dunque Bologna e, non pago, ma soprattutto per farmela passare meglio, lascio perdere l’autostrada e vado di statale, confidando nella buona sorte per non tornare a casa con un velox alle spalle.
Tutto finisce di fronte al box di casa, dove ormai al buio e leggermente intirizzito per l’ultima mezz’ora in cui la temperatura si è abbassata, mi tolgo il casco rivolgendo al Falcone il mio sorriso beota e soddisfatto.











